IT 015: Diagnosi del declino italiano, il ruolo della produttività e dei monopoli parassitari

Il declino economico italiano analizzato attraverso la chiave strettamente economica in termini di produttività, prestazioni ed efficienza. Risaliamo alle origini lontane identificando le cause della crisi industriale italiana. Non è l’euro, non è la globalizzazione, ma si deve tornare agli anni settanta/ottanta quando si è impedito l’ammodernamento del sistema secondo criteri economici e competitivi propri del libero mercato. Antonino Trunfio ci spiega cosa è la produttività, come si misura, quanto sia importante. Vedremo anche di capire la differenza tra monopoli competitivi e monopoli parassitari e perché questi ultimi, frutto di privilegi, hanno contribuito al resto del disastro economico in cui oggi versa il paese.

L’ospite della puntata

Antonino Trunfio è consulente di direzione aziendale nel campo delle operations e miglioramento delle performance, insegna anche gestione della produzione al politecnico di Milano, è autore di diversi articoli che vengono pubblicati su Rischio Calcolato e Ludvig von Mises Italia.

Per un ulteriore approfondimento dei contenuti della puntata si può leggere l’articolo dello stesso Trunfio: Industria italiana: ascesa e declino

La serie di articoli menzionati sulla costituzione è disponibile su Rischio Calcolato: Perifrasi della costituzione italiana

Libri menzionati

Hans-Herman Hoppe, Democrazia il dio che ha fallito

Frank Karsten, Oltre la Democrazia, edizioni USEMLAB

Altre risorse

OCSE (OECD in inglese), documento sul futuro della produttività (in inglese)

OCSE, overview Italia 2015 (in italiano)

 

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8 comments on “IT 015: Diagnosi del declino italiano, il ruolo della produttività e dei monopoli parassitari

  1. faniarte ha detto:

    Fantastico!!!…Conoscevo gli scritti di Trunfio ma sentirlo parlare…..sembrava leggesse un testo preparato!!!

    1. Francesco ha detto:

      una mappa delle domande che guideranno l’intervista c’è sempre, quindi non escludo che avesse preparato delle risposte e stesse seguendo una traccia, a mio avviso quel che conta è che sia stato veramente efficace! bravo Antonino!

  2. mfc ha detto:

    Bravo Antonino, anzi, ….contundente.

    Ottima esposizione.

    La libertà di cui godiamo è una conquista che in parte ci è pervenuta ed in parte contribuito a creare NONOSTANTE la coazione dello stato.
    Non grazie allo stato.

  3. alberto maltaway ha detto:

    Avendo avuto una responsabilità aziendale completa, non solo lato operations, del fattore produttività per anni, condivido queste riflessioni:
    qui sono i dati OCSE su cui ragionarehttp://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=PDB_GR
    la produttività dipende da due fattori, lavoro e capitale, il cui costo da un lato diventa il prezzo dall’ altro e quindi la remunerazione che questo fattore riceve per essere impiegato
    essendo la libertà di movimento di capitale più easy di quella del fattore lavoro, il primo tende ad essere piú elastico rispetto al variare delle condizioni di diversi mercati nella ricerca della sua migliore remunerazione
    essendo la produttività un semplice ratio tra input e output, il risultato può migliorare sia diminuendo il denominatore, ossia riducendo il costo dei fattori impiegati (lato efficienza), oppure aumentando il numeratore, ossia aumentando il valore aggiunto per unità impiegata (lato efficacia)
    Italia come sistema, pur essendo un paese di innovatori e creativi e imprenditori, ha scelto di lavorare sul denominatore, con il risultato di avere un bassissimo ratio di GDP per unità di lavoro impiegata
    Avendo lavorato in Italia, Europa, USA e Asia, devo notare che in un paese culturalmente imprenditivo come l’ Italia, sia gli imprenditori sia i dipendenti hanno mediamente una propensione piú bassa a investire pesantemente sui salari variabili, entrambi preferiscono avere costi fissi definiti e stipendi fissi e sicuri ….orrore, orrore …questo porta a remunerare meno il fattore lavoro rispetto alla produttività e ad ottenere meno slancio creativo e di commitment del fattore lavoro per aumentare il valore aggiunto

  4. Marco Bizzi ha detto:

    Compliementi per il podcast, lo si ascolta volentieri specialmente se si condividono le stesse idee. Non essendo un economista cerco di verificare di persona (per quel poco che riesco) alcune affermazioni per farle anche mie. Il prof. Trunfio ha affermato che dopo gli anni 1980 la lira si è costantemente svalutata a dfferenza del marco tedesco. Ho cercato qualche grafico che potesse giustificare l’affermazione; ho trovato questo link.
    http://goofynomics.blogspot.it/2014/01/zingales-e-la-svalutazione-strutturale.html
    Questo è un articolo del prof. Bagnai (lo so che non sopporta i liberisti..) sembrerebbe contraddire l’affermazione di Trunfio con statistiche alla mano.
    Se qualcuno mi potesse schiarire le idee. Grazie

    Grazie Francesco

    1. Francesco ha detto:

      Ho letto l’articolo e mi pare che bagnai faccia i soliti sofismi da quel gran chiacchierone tanto saccente quanto ignorante che è. Mi spiace metterla così ma con certi cialtroni economici secondo me non ci sono mezzi termini. le svalutazioni o deprezzamenti della lira erano ben evidenti, ma dove diavolo stava bagnai, me le ricordo io che sono del 71, dovrebbe ricordarsele pure lui che ha qualche anno più di me. Forse era impegnato a leggersi pippo, dal quale di economia ha imparato appunto quel che sa, cioè niente, avrebbe fatto meglio a leggersi anzi le storie di paperon de paperoni. Lui dice che si apprezzava il marco e non si svalutava la lira perché i tedeschi avevano un saldo positivo di partite correnti, ma che diavolo significa? Significa solo che l’Italia c’aveva una mazza da vendere ai tedeschi se non avesse svalutato, o stampato lire via banca d’italia finanziando il debito pubblico attraverso il quale si stava a galla! A suon di debiti che oggi ci ritroviamo sul groppone.

      USciamo dal contesto italia-germania, come fosse una partita di calcio, e vediamo la lira contro altre valute europee e internazionali da inizio anni 70 fino al 2000. E capiamo se la svalutazione era reale o come dice il mago di pescara si tratta di illusioni (le illusioni le regala lui a botte di sofismi e articoli soporiferi che farebbero addormentare pure chi soffre d’insonnia cronica). Le incollo qua di seguito. L’unica valuta di quelle che ho controllato verso la quale la lira è stata più o meno stabile nel periodo è la peseta spagnola, un’altra valuta che all’epoca era buona a pulirsi il fondoschiena come la lira. Tutti i chart sono presi da questo sito per chi volesse continuare a divertirsi: http://fxtop.com

      ultima nota: ma vai Bagnai… va a farti un bagno per favore. e se continuate a star dietro alle fesserie che racconta quell’uomo il bagno lo fate tutti quanti. venezuela DIVE style

      Contro Franco Belga:

      Contro Yen

      Contro Corona Danese:

      Contro Franco Svizzero:

      Contro Franco Francese:

      Contro Marco tedesco:

      Contro Dollaro:

      1. Marco Bizzi ha detto:

        Grazie Francesco

    2. Antonino Trunfio ha detto:

      Non credo di aver citato nell’intervista il marco tedesco per confronto con la lira. Non avrei avuto riferimenti utili per farlo. Ho solo detto che si è ritenuto per lunghi anni che era possibile essere competitivi a livello industriale, illudendosi che lo si potesse fare agendo con leve politiche e di interventismo bancario. La deindustrializzazione ormai arrivata all’epilogo, la dice lunga sui danni di quella tragica illusione.

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