IT 027: Liberali e liberisti, il perché di una divisione fonte di contraddizioni e disorientamento

Non solo la divisione liberali e liberisti non trova riscontro fuori dai confini italiani, ma nel tempo ha condizionato negativamente lo sviluppo della cultura liberale in Italia. Con Mauro Gargaglione andiamo all’origine di questa distinzione, esponendo anche alcune contraddizioni, incoerenze in cui cascano liberali e liberisti e che spesso sono fonte di disorientamento tra gli amanti della libertà.

L’ospite della puntata

Mauro Gargaglione 56 anni, manager nel settore informatico, padre di due figlie, appassionato di musica, moto turismo ed economia.

Link relativi alla puntata

Presentazione del libro di Nicola Porro (link youtube), intervento e domanda di Mauro a 1h10m circa.

Associazione Lodi Liberale

Riferimenti bibliografici

Nicola Porro, La disuguaglianza fa bene, manuale di sopravvivenza per un liberista

AAVV, L’insopportabile peso dello Stato

Gary North, Cosa è il Denaro

 

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12 comments on “IT 027: Liberali e liberisti, il perché di una divisione fonte di contraddizioni e disorientamento

  1. Sto ascoltando i minuti dell’intervento di Porro subito precedenti l’intervento di Mauro. Sono le prime (e credo le ultime) parole che ho mai ascoltato di questo signore. Dice che “la grande intuizione di Huerta de Soto” (da lui definito “personaggio strano e controverso” senza spiegare perché) sarebbe la critica alla riserva frazionaria. Confesso una poco edificante (per me) antipatia a pelle per questa persona. Però queste parole sono davvero poco edificanti (per lui), e mi sembrano indice di cialtronaggine. La critica alla riserva frazionaria sarebbe un’intuizione di Huerta de Soto?

    1. Francesco ha detto:

      eheheheh,lo chiama continuamente anche de soto, cosa che volevo far notare, ma poi ho preferito tralasciare a beneficio della brevità e della sostanza. il cognome è huerta de soto, dicendo solo de soto si pensa ad hernando de soto, un altro difensore del capitalismo ma sudamericano (peruviano credo). come dice mauro questo è il meglio del liberalismo italiano. partiamo da qua per capirci di più, io il libro l’ho preso mentre ero in Italia (anche il tuo Giovanni, di carta visto che avevo solo la versione digitale), e me lo leggerò cercando di approfondire un po’ meglio il mondo dei libbberali/libbbersti italiani che trasudano contraddizioni ed incoerenze. altra cosa che ho rimosso dalla puntata sempre per motivi di tempi e anche per dare più spazio a Mauro, ma di cui avevamo parlato, la contraddizione di Porro che critica per mezz’ora la legge con la l minuscola, ma quando il ragazzo dell’associazione gli fa la domanda ma le tasse sono un furto, Porro tira in causa la legge con l minuscola per giustificare la tassazione. ohinoi. così è.

        1. Francesco ha detto:

          Sto leggendo il libro di Porro. Indubbiamente aiuta a colmare tante lacune per investigare nel mondo liberale italiano che onestamente non conoscevo bene, essendo arrivato a certe idee prevalentemente tramite letture inglesi legate a scuola austriaca, con eccezione di un libro di Leoni e qualcuno di Ricossa. Croce mi ha sempre dato il voltastomaco a pelle, credo che lessi qualcosa a 19 anni, e mi scivolo addosso senza lasciarmi granché, mentre Einaudi mi ha sempre saputo di muffa più che di zavorra (ne ho un paio suoi provati anche a leggerli, sanno proprio di stantio a differenza di libri coevi se non più vecchi di Mises che sono incredibilmente attuali checchè ne dica Porro parlando di burocrazia). Friedman si conferma la statua alla quale genuflettersi senza alcun senso critico, senza minimanente notare la contraddizione del fatto che con tutta la scuola di Chicago ha avuto un approccio matematico all’economia, che supportava le banche centrali, e che come disse Rothbard è uno che ha anche aiutato lo Stato a essere efficiente nella sua opera di oppressione al libero mercato (con questa senza voler togliere a friedman tanti ottimi libri e spunti, ma per carità metterlo a paladino delle libertà io mi ci guarderei e invece è lì a fare il monumento per tutti i libbberisti con 3 b). Per ora giusto queste due note.

          1. Francesco ha detto:

            Ho finito il libro di Porro e il giudizio è positivo. Il capitolo su Carl Menger è quello che ti fa capire che le cose le sa. Anche se poi non può dirle. Adesso lettura all’insopportabile peso dello Stato sempre citato nella puntata. Rimango sempre molto raffreddato e non in condizioni di registrare ma vedrò di ripartire domenica con le nuove puntate.

  2. Luca Moleri ha detto:

    ciao Francesco – come da te suggerito,sarabbe una bella idea invitare un ospite favorevole all’ operato delle Banche Centrali in una delle prossime puntate

  3. Marco Marinozzi ha detto:

    A mio avviso sarebbe interessante approfondire l’aspetto del denaro che crea nell’utilizzatore una percezione sbagliata sul funzionamento dell’economia (tema trattato nell’intervista). La mia idea è che questo errore deriva proprio dalla cultura del socialismo ideologico di cui siamo purtroppo figli. Concepire il denaro come fine e non come mezzo. Marx stesso scrisse “Il denaro, in quanto possiede la proprietà di comprar tutto, di appropriarsi di tutti gli oggetti, è dunque l’oggetto in senso eminente. L’universalità della sua proprietà costituisce l’onnipotenza del suo essere, esso è considerato, quindi, come ente onnipotente.” La classica inversione causa ed effetto. Il denaro in quanto tale non è né buono né cattivo ma è il significato che ne viene attribuito dal soggetto che lo utilizza. Il socialista ideologico ha come fine l’amministrazione della proprietà dei beni e del denaro proprio perché gli attribuisce quel significato. così facendo mette in pratica egli stesso ciò che veniva invece accusato ai capitalisti. Il socialista non è altro che un finto capitalista fallito con i soldi degli altri. Credo infatti che storicamente la gente comune, soprattutto nel periodo storico in cui Marx era vissuto, avesse ben chiaro che il denaro fosse solo un mezzo.

  4. Luigi parigi ha detto:

    Prova

  5. Marco ha detto:

    Ho provato a lasciare un commento ma non è stato pubblicato.

    1. Francesco ha detto:

      Siccome arrivano ondate di spam che passano anche i filtri di tanto in tanto i commenti li devo autorizare uno per uno. stranamente l’ho ritrovato in quelli cestinati, comunque l’ho recuperato (insime ad un altro che stranamente è stato messo lì dal filtro automatico) ed è ora visibile.

  6. Alessandro Ciuti ha detto:

    Ho ascoltato con piacere la puntata. Grazie a Francesco e all’amico Mauro per i contenuti e la simpatia.
    C’è un passaggio che non mi ha convinto dell’esposizione di Mauro. Lui giustamente distingue fra legalità e legittimità ma secondo me la spiegazione non è convincente. Lui parla di ciò che è giusto. Benissimo. Che cosa è giusto? Con quali criteri? Chi lo decide? Per un collettivista la proprietà è un furto è GIUSTO redistribuirla. Per un libertario mica tanto.
    Allora il punto è che la confusione fra liberalismo, liberismo e socialdemocrazia ha una natura molto più profonda e molto più perversa di come viene presentata. Inoltre se la distinzione semantica esiste solo in Italia, ormai non è più vero che la distinzione in termini di principio, anche se espressa in modo diverso, sia sconosciuta all’estero. Purtroppo la neolingua collettivista non è un’esclusiva itagliona. La sostanza del problema, quindi, non è solo la distinzione operata da Croce. Lo è certamente, nel caso italiano, sopratutto se consideriamo, come fate brillantemente, la visione distorta della proprietà privata e della libertà economica ( mi ha fatto ridere quando Maura usa il termine “mercanti”: perchè immagino le espressioni sdegnate di certi gufi nostrani). C’è però di più.
    Io credo però la sostanza della confusione tragga origine dal termine e dal significato che si vuol dare a libertà. Inoltre, è vero che esiste la Libertà? O meglio sarebbe dire che esistono le libertà dell’Individuo? Riflettendoci mi pare che il vero punto della questione sia questo. Da dove provengono queste libertà? Come riconoscerle? Quali sono i criteri? In altre parole si tratta di rimettere al centro l’individuo e la sua personalità unica e insopprimibile. Si tratta di demolire Hobbes, tanto caro a molti, troppi, libbberali. Si tratta di non dare per scontato che quando si parla di libertà, si stia tutti parlando della stessa cosa, perchè non è così. Non esiste una carta della libertà ed è un bene che sia così. Chi ha provato a scriverla ha partorito la Carta dei Diritti ( non le libertà) di giacobina memoria. Ecco allora un’altra confusione: libertà e diritti.
    Io ricordo, qualche anno fa, quando il buon Mauro, durante un viaggio in bus verso Venezia, accalorandosi, come spesso gli accade, in una discussione disse: oggi sappiamo tutti che non stiamo andando a cambiare il mondo ma ci siamo lo stesso, facciamo quello che facciamo perchè è GIUSTO. Io so perfettamente cosa intendeva e cosa quindi ha voluto dire durante l’intervista, perchè è una sintetica e semplice espressione di valori che condivido. Il problema è che una definizione precisa, netta e non suscettibile di “se” e “ma” circa le origini e la natura delle libertà individuali è assente dalla coscienza delle persone. Non parlo solo di una tediosa definizione da professori di filosofia ma mi riferisco a quella scintilla, all’istinto che caratterizza ed eleva l’uomo rispetto al resto del mondo animale. Vita, libertà e proprietà. Questi tre elementi non sono scindibili dall’essere umano. Tutti e tre, insieme, compongono una vera e propria trinità. Senza questo tipo di consapevolezza, chiamiamola pure morale se vogliamo, credo che nemmeno la critica circa la riserva frazionaria possa essere efficace. Il tecnicismo e la pretesa di sapere, come diceva Hayek, sono il tentativo di sostituire alla riflessione profonda sull’individuo la fredda costruzione materiale di una realtà umana totalmente svuotata di ogni significato. Un umanità del genere non sa che farsene delle libertà individuali perchè non se ne occupa: preferisce “costruire” la Libertà, che come lo stato, non esiste.

    1. Mauro ha detto:

      Caro Alessandro,

      l’unico discrimine logicamente sensato per individuare ciò che è GIUSTO e ciò che non lo è, è passare ogni azione e decisione che prendiamo, o che supportiamo se presa da altri, al vaglio del principio di non aggressione. Se da qualche parte, qualcuno viene obbligato a fare qualcosa contro la sua volontà quell’azione è SBAGLIATA.

      La mia tavola dei comandamenti è grande come una piastrella perchè ce n’è scritto solo uno che per me è sufficiente: non aggredire mai il tuo prossimo se non per difendere la tua persona, la tua libertà e la tua legittima proprietà.

      Se ci pensiamo, da questo unico comandamento discendono tutte le azioni giuste che possiamo immaginare. Non si può, ad esempio, considerare giusta la redistribuzione forzata del reddito perchè questa implica aggressione verso la proprietà privata, essa non ha nulla a che vedere con la solidarietà e la carità che sono invece azioni deliberate. Chi dovesse essere particolarmente sensibile alla disparità di condizioni può spendere la sua esistenza ad aiutare il prossimo.

      Il collettivismo forzato è sbagliato ma mille persone che decidono di fondare una comunità in cui tutto è di tutti, gli esempi non mancano, sono liberissimi di farlo, a patto che non aggrediscano l’individuo che decide di abbandonare quella comunità perchè non ne condivide più i valori. Il secessionismo portato a livello personale di cui ci ha parlato Mises.

      Tutto ciò che va in questa direzione è più nel giusto di quello che va in direzioni opposte. Io penso che sia una gran bella bussola per potersi orientare, perchè ciascuno di noi mette in fila la sua personale scala di valori e nessuno si può attribuire l’arroganza di pensare che la sua sia quella giusta e imporla al prossimo.

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